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giovedì 3 agosto 2017

Sharm El Sheik: Non era ancora il momento (pt 1)

Tempo fa vi dissi che mi capitò di trovarmi nel mezzo dell'inferno e alcuni di voi mi chiesero di approfondire. Vi va? OK.



Successe tutto improvvisamente, all'una di notte. Nessuno ebbe il tempo di accorgersi di nulla. L'esplosione aveva squarciato la notte e distrutto la reception dell'hotel. Le palazzine che si ergevano alla sinistra della struttura principale, completamente collassata, erano pericolanti, semi distrutte. Il ristorante, che comunicava con la hall e si diramava alla sua destra - andando a formare una specie di ferro di cavallo con le palazzine quando ancora c'era un struttura a collegarli - era completamente raso al suolo. Erano rimaste in piedi solo le costruzioni poste in fondo al complesso, quelle che davano continuità alla fila di palazzine sulla sinistra, perché lontane dal punto dell'esplosione. I vetri, tuttavia non erano stati risparmiati nemmeno li. Il teatro, posizionato poco prima del campo da calcio, spalle alla reception, dopo le due grosse piscine che lo dividevano in linea d'aria da essa, sembrava intatto, se non per un buco di un metro per un metro, li a testimoniare la traiettoria di qualcosa che era schizzato via durante l'esplosione e aveva attraversato la struttura in legno, era passato per le quinte ed era finito sui gradoni in cemento su cui la gente, solitamente, assisteva agli spettacoli dell'animazione. C'era puzza di carne bruciata, odore di morte e un silenzio assordante, di quei silenzi che urlano talmente forte da spaccare i timpani dell'anima.

Prima di rendermi conto di tutto questo, avevo sentito l'esplosione dalla mia camera. Le camere dello staff erano dietro al campo da calcio. Insieme alla grossa lavanderia industriale del resort, erano la costruzione più distante dalla reception. Sentii un enorme boato e andò via la corrente, quasi contemporaneamente. Sobbalzai, ebbi l'impressione che la palazzina in cui mi trovavo avesse tremato. Io e Valentina, l'assistente del tour operator con la quale ero fidanzato all'epoca dei fatti, ci guardammo perplessi. Non capivo e nemmeno lei. Il giorno prima alcuni operai locali avevano riparato una centralina elettrica che aveva preso fuoco sul tetto di una delle palazzine destinate ad ospitare i clienti del villaggio turistico, la palazzina in questione era a poche decine di metri da quella in cui stavo io, quindi, avendo già avuto modo di testare la scarsa qualità dei manutentori egiziani, avevo fatto un veloce calcolo probabilistico che, unito all'idea che uno scoppio cosi forte doveva essere necessariamente vicino, mi aveva fatto pensare che la centralina fosse in qualche modo coinvolta nell'accaduto. Uscimmo dalla camera e percorremmo il breve corridoio centrale, quello su cui davano tutte le porte della camere staff, mi affacciai da una finestra e cercai di capirci qualcosa. Guardai verso la palazzina dove i manutentori avevano prestato servizio il giorno prima, ma da quella visuale era coperta da un albero. Il mio occhio venne attratto dall'immagine di un uomo nudo che correva, cercando  di coprirsi, come meglio poteva, con un asciugamano. Dietro di lui altre persone, alcune in pigiama,  altre in mutande. Qualcuna coperta di sangue, altre ancora solo spaventate. Si dirigevano verso il campo di calcio, dove pareva si stesse radunando una discreta folla di persone.  Decisi di scendere per rendermi conto di quale fosse la portata della cosa, anche perché io e Valentina, in quel momento, eravamo gli unici dello staff italiano presenti nella struttura. Il resto dei ragazzi dell'animazione aveva accompagnato buona parte dei nostri ospiti nella discoteca nel deserto,  attrazione in gran voga a  Sharm El Sheik. Valentina, dopo aver dato una rapida occhiata dalla finestra, per rendersi anche lei conto di cosa avrebbe trovato una volta scese le scale della palazzina, mi seguì. Abbandonato l'edificio ci trovammo di fronte un cestino dell'immondizia, divelto. Un cestino di  quelli che solitamente si trovano anche per strada... e che al Ghazala garden erano sparsi nella zona antistante la reception e lungo la piscina. Li per li non ci feci caso, ma qualche ora dopo, inspiegabilmente, quel cestino sarebbe stata una delle immagini che non sarei riuscito a togliermi dalla mente per diversi giorni.
Proseguimmo in direzione del campo da calcio e ci trovammo difronte ad una scena fuori da qualsiasi contesto al quale fossimo abituati. Lei si diresse verso la folla borbottante, quelli nel campo da calcio, parlava molto bene l'inglese e sarebbe stata sicuramente utile a molte persone, oltre che ai nostri clienti. Certamente molto  più di me. Io le dissi che sarei andato più avanti, verso il buio.
Il buio? E le luci della reception? I piccoli lampioni che segnavano il percorso adiacente alle piscine? L'illuminazione dell'insegna del ristorante?
Il buio: inspiegabile, celante. Feci qualche passo, arrivai all'altezza del teatro all'aperto e buttai l'occhio alle gradinate, come facevo sempre. Adoravo il colpo d'occhio del palco e dei gradoni e quella sensazione di "spettacolo" che mi pervadeva ogni volta. Sui gradoni c'era una massa informe, poco visibile per via del buio. Mi avvicinai. La luna che brillava piena, in cielo, illuminava la scena quanto bastava  a svelare, passo dopo passo, la natura della massa informe.
Cosa cazzo ci fa il motore di un auto sui gradoni del teatro? Sembra sformato, bruciato. E' esplosa una macchina? Poi, guardando istintivamente verso il palco, notai un buco, all'incirca delle stesse dimensioni del motore, che permetteva di vedere dietro le quinte. Non riuscii a farmi un'idea di nulla. Nella mente avevo un gigantesco punto di domanda che grondava sangue. Ripresi la mia marcia, determinato a scoprire cosa fosse successo. Uscii dal teatro e mi imbattei in una ragazza che avrà avuto vent'anni, che correva piangendo, si teneva il polso destro con la mano sinistra, all'altezza del petto. Il palmo della mano, aperta, rivolto verso il viso. Mi vide, rallentò, probabilmente ero la prima persona che vedeva da quando le era successa la cosa dalla quale stava scappando. I nostri sguardi s'incrociarono per un lunghissimo istante. Le guardai la mano, in cerca di risposte che lei sembrava troppo scioccata per riuscire a darmi e notai l'enorme buco che le deturpava il palmo. Feci una smorfia di disappunto, lo ricordo molto bene, non riuscii a dire nulla. Nulla!  Lei riprese la sua corsa disperata e io restai immobile qualche secondo, immagazzinando un'altra di quelle immagini che avrei faticato a cancellare dalla mente qualche ora dopo.
L'odore dell'aria si fece acre, storsi il naso e ripresi a camminare verso il buio. La luna mi si parava davanti, enorme. Piena. Come mai aveva fatto prima. E non perché non ci fosse mai stata li una luna piena cosi grande o cosi luminosa, ma perché in quel punto del cielo, da dove mi trovavo io, solitamente non era possibile vederla. C'era la reception. E la reception?
Fui invaso da una sensazione inspiegabile, come se fossi spettatore incorporeo di un mondo del quale non facevo parte. Gli occhi cominciarono ad abituarsi al buio e, poco sotto la luna, notai il contorno frastagliato di un enorme accumulo di macerie. La reception era completamente crollata. Cominciai a realizzare che qualcosa di grosso fosse successo, ma ancora non riuscivo a sentirmi parte di quel che guardavo. Come se fossi all'interno di un film in 3D iper realistico. Cominciai a respirare lentamente, dal naso, sperando che un apporto costante e regolato di ossigeno avrebbe contribuito a rendermi più lucido. Ci misi un paio di inspirazioni a  rendermi conto che quell'odore acre che avevo cominciato a sentire dopo l'incontro con la ragazza era puzza di carne bruciata. Un olezzo immondo, nauseabondo.
Feci un passo indietro e mi guardai intorno, ormai i miei occhi si erano abituati all'oscurità e cominciai a notare tutto quello che mi circondava: macerie e cadaveri. Mi sentivo catapultato di colpo in uno di quei film che vedi al cinema, dove succede di tutto e il protagonista vede gli altri morire. Solo che nella vita vera, anche se sopravvivi, muori lo stesso. Inoltre non era chiaro quanto fosse accaduto e nemmeno se avrebbe avuto un seguito, quindi cominciai ad avere paura. Ma una sana e responsabile paura, che non lasciava posto al terrore solo perché quella situazione era troppo estrema affinché la mia mente potesse accettarla e farne un'esperienza reale.

Non era ancora il momento.

Qualcosa che la mia mente battezzò come una gamba, galleggiava in piscina e non fatico a credere lo fosse veramente visto che a pochi passi da me, nell'erba che separava le palazzine pericolanti - alla sinistra di quella che una volta era la reception - dalla stradina adiacente la piscina, c'era il cadavere carbonizzato di un uomo. Oh cazzo!
Non avevo mai visto un cadavere, non ero mai stato nemmeno ad un funerale (mia madre sarebbe morta solo l'anno dopo e, per la cronaca, non presi comunque parte al suo). Fu come se la morte mi avesse sfiorato appena, quel tanto che basta per attirare la mia attenzione e mostrarmi quel che sarebbe potuto succedere a me. E tutto era ancora possibile per quanto ne sapevo.

La sensazione di "non appartenenza" si fece sempre più forte, come se il mio cervello avesse capito ma il mio cuore, strazziato, non volesse accettarlo. O forse, semplicemente non era ancora il momento di rendersi conto e darsi da fare. Non era ancora il momento di scavare tra le macerie, non era ancora il momento di aiutare quanta più gente possibile, di sporcarsi le mani di sangue.

Non era ancora il momento, ma lo sarebbe stato presto.





...continua.







5 commenti:

  1. Mamma mia, deve essere devastante..immagino proprio la sensazione di paura dovuta al non sapere quello che sta succedendo..e poi la sensazione di aver sfiorato tu stesso la morte...

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    1. La peggior notte della mia vita... e ancora non ho raccontato tutto quello che è successo. Quando continuerò il racconto (e dovrò essere dell'umore giusto) capirai il dramma che abbiamo vissuto....

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  2. Ero anche io a sharm quella notte...vivevo lì...conosco Valentina ed è una di quelle poche persone che sono riuscita a contattare quella notte per sapere come stava...strana la vita non avrei mai pensato di rivivere così intensamente quei momenti.::il giorno dopo sembrava la quiete dopo la tempesta...un silenzio surreale..e il Gazala completamente sventrato...triste ricordo...ps: sei un papà top!!!GRANDE

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    1. Ciao Ila.... quando continuerò il raccontò parlerò anche del silenzio surreale dei giorni successivi. Terribile!

      p.s. Valentina fece un ottimo lavoro quella notte...

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